3 giugno

giugno 03, 2026

È da un po' che mi frulla in testa di fare un post sul gusto.
Ho visto un video di un antropologo (@unantropologonelcassetto) che spiegava il "motivo" per cui una persona sceglie di acquistare una borsa da 20.000€ e non una da 10€, anche se hanno esattamente la stessa funzione e ho deciso che era il momento giusto, anche per chiarirmi le idee... che non sono affatto chiare.

Il primo fatto (e dico fatto perché credo di non entrare nella sfera di ciò che è opinabile) è che il gusto NON È MAI NEUTRO.
Se "Il Diavolo veste Prada" ci ha insegnato qualcosa è che anche quando pensiamo di fare una non scelta, scegliamo. Anche quando diciamo che non ci interessa, in realtà stiamo comunque compiendo una scelta molto precisa e stiamo comunicando qualcosa.
E ho scelto di mettere il NON vicino a scelta e non vicino al verbo perché è lì che deve stare la negazione, perché l'azione la compiamo di sicuro. 

Illustrazione di Raissa Oltmanns


Alle medie avevo una compagna che per fare ginnastica indossava una tuta OCRA. In un mare di tute grigie e blu, lei aveva addosso un colore... ma che colore!
Io mi dicevo: non è una questione economica, perchè anche al mercato ci sono le tute grigie, ma allora perchè?!
Quello che non capivo è che magari optare per quel colore poteva essere altro dalla mera e semplicistica questione economica (che non capisco perchè sia la prima cosa che ho pensato): forse in casa sua c’era un’idea diversa di “bel vestire”, magari qualcuno le aveva detto che quel colore le stava bene, forse era un regalo, oppure era solo la tuta disponibile in quel momento, ma il punto è che lei (o sua madre) non percepivano quel colore come "socialmente rischioso".

Ma io sì. Quindi forse quella sua scelta diceva qualcosa anche di me.
Ma se il gusto è uno strumento sociale attraverso il quale mostriamo (o vogliamo mostrare) chi siamo e a quale gruppo apparteniamo, la tuta ocra cosa dice?

Leggendo qualche estratto di "La Distinction" di Pierre Bourdieu (sto valutando l'acquisto del tomo), mi sembra di capire che le nostre preferenze non siano mai del tutto casuali: attraverso ciò che indossiamo, ascoltiamo, compriamo o rifiutiamo, comunichiamo chi siamo o chi vorremmo essere.
La cosa che mi ha colpito è che questo meccanismo non riguarda solo chi vuole apparire originale o sofisticato, ma anche chi sceglie di non interessarsi a certe cose. Anche quella è una posizione. Cambiano i codici, ma il bisogno di essere riconosciuti — per somiglianza o per differenza — sembra riguardare tutti.

Ma tutti possiediamo l'istinto di distinguerci? È davvero questo il motore di tutto? 

Mio padre era una persona eccentrica. Votato alla comodità, ma con un pizzico di follia. Tuta e mocassini? Perchè no? Papillon con l'elastico al posto della cravatta perchè non prevedeva il nodo? Ma certo! Bretelle al posto della cintura? Sempre!
Una volta dovevamo andare a pranzo da una mia amica e dai suoi genitori (premetto che il grado di confidenza era vicino allo zero), ero al liceo (serve dire che al liceo tutto era imbarazzante e forse la cosa più imbarazzante erano i genitori sui quali non avevamo nessun potere?), i genitori della mia amica erano forse leggermente più vecchi dei miei e più classici, per cui io ero sul chi va là e pronta al bagno di disagio per procura che mi avrebbe procurato il pranzo.
Ovviamente (a 16 anni, non è che sei proprio diplomatico) sono andata dai miei genitori, intimando loro di non essere imbarazzanti.  Cosa ho ottenuto? Mio padre con: camicia di jeans, bretelle, jeans 501 scuri, stivaletto tipo camperos e ovviamente papillon.
Potrei aver pensato che era meglio non andare... potrei aver pensato: perchè mi sta facendo questo?
Ma il punto non ero io.
Non sono mai stata io.
Magari aveva un filo esagerato per darmi ancora più fastidio, ma di fatto quello stile era assolutamente il suo.
Io che vivevo in divisa, con il mio (ma forse suo) maglione a V, 501 e Clark's non potevo concepire quell'insieme di pezzi assurdi (assurdi da soli, figuratevi mischiati insieme).
Quello era il suo modo di dire chi era. Non aveva niente a che fare con la scalata sociale o il voler far vedere il proprio status, era un manifesto della sua personalità.

Ovviamente io quella roba lì non l'ho presa... nè da lui, nè da mia madre... Io sono la Queen dell'omologazione. 

Ma tornando a Bourdieu (e poi ditemi voi se sto mettendo insieme cose che non c'entrano niente).

Quello che mi sembra di aver capito è che il gusto funzioni anche come una specie di linguaggio sociale: alcune persone (quelle vispe e votate alla coolness) introducono un certo stile, altre iniziano a copiarlo perché lo trovano bello, desiderabile o aspirazionale e, quando quel gusto diventa troppo diffuso, smette di essere distintivo e a quel punto chi era arrivato per primo si sposta altrove e il ciclo ricomincia con una nuova idea spuntata da non si sa dove. 

Questo discorso vale anche per Hermes? Secondo me sì. Io devo capire se una Kelly mi piace perchè non ce l'avrò mai o perchè è una borsa bellissima.
Ammetto di aver pensato che in giro ci sono così tante mini Kelly che quasi non mi piace più... o forse non mi è nemmeno mai tanto piaciuta perchè alla fine il suo essere mini non è così pratico.
Poi penso che mi piace anche la Lindy, che è meno vista, o la Garden Party che magari si può confondere con una semplicissima tote di pelle. Quindi preferisco una cosa che non ha Kyle Jenner perchè mi sembra più esclusiva, oppure perchè effettivamente mi piace la forma e la costruzione?



Ma davvero ogni nostra preferenza può essere letta in questa chiave sociale? Davvero ogni volta che scegliamo una cosa anziché un'altra stiamo cercando di distinguerci da qualcuno? 
Oppure esiste anche una parte del gusto che nasce semplicemente dall'abitudine, dall'esposizione, dall'affetto, dalla familiarità o da un piacere che non ha alcuna ambizione di raccontare qualcosa agli altri?
Forse non arriverò mai a capire quanto del mio gusto sia davvero mio e quanto sia il prodotto di tutto ciò che ho visto, imparato e assorbito nel tempo. 
Però una cosa mi sembra di averla capita: così come non è possibile non comunicare, forse non è possibile nemmeno non scegliere.

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